Rilievi dei segni San Zaccaria


Rilievo dei segni scolpiti sul basamento facciale della chiesa di San Zaccaria
1. Introduzione

In Italia la cliptografia, come sappiamo, è poco conosciuta e poco seguita, speriamo che questa esposizione possa essere d’aiuto per sensibilizzare altri ricercatori e stimolarli ad intraprendere questo interessante percorso. L’intento è quello di presentare una ricerca su alcuni segni presenti nella facciata esterna della chiesa di San Zaccaria a Venezia.

La prima segnalazione mi fu fatta dal prof. Jean Louis Van Belle; ne approfitto ringraziandolo vivamente per la  sua grande disponibilità e per i suoi consigli. Tutti i marchi ritrovati sono localizzati nello zoccolo di base, di stile gotico, diverso dal resto della facciata e di cui la costruzione si colloca nel periodo che va dal 1458 al 1483, diretta dal “protomaistro” Antonio Gambello.
Molti segni sono spariti a seguito di rifacimenti, o logorati dal tempo e dalle intemperie.

2. Storia dell’edificio
Passando sotto il caratteristico “sotoportego” dalla Riva degli Schiavoni, si entra nel tranquillo Campo di San Zaccaria dove ci appare la maestosa chiesa omonima, ineguagliata a Venezia se si eccettua San Marco, per età,  prestigio e ricchezza. Nel IX sec. il Doge Giustiniano Patriciaco (o Partecipazio) di Venezia volle un convento accanto alla chiesa fondata, secondo la leggenda, nell’alto medioevo; la sua importanza si accrebbe dopo che l’imperatore Leone V donò il corpo di San Zaccaria. Nel 1173 le monache dell’omonimo convento donarono  una parte del loro brollo (orto) per l’ampliamento di piazza San Marco. Il legame tra il palazzo e San Zaccaria fu celebrato nel corso dei secoli;  era usanza che il  Doge  di  Venezia  venisse a  far  visita  alla chiesa nel giorno  di Pasqua. Il convento delle  monache  Benedettine doveva essere, dopo  San Marco, la Fondazione più ricca della città; questo era dovuto anche all’accumulo costante e sostanzioso delle doti di nobili novizie. Il primo maestro fu Luca Taiamonti che ebbe l’incarico di preparare gli scaglioni di pietra viva per le fondazioni e inoltre lo zoccolo della facciata per la nuova chiesa,  della quale  egli sottopose  un modello di legno (1).  Nell’anno 1459, dopo una stima, si saldò ogni conto (2).
La nuova chiesa ebbe inizio sotto la guida di Antonio Di Mario Gambello, ingegnere militare al servizio della Serenissima.
Gambello presentò un progetto con modello di legno (3), approvato dalle monache il giorno 8 maggio 1458, ed ebbe l’ingaggio di “Protomaistro sopra la Fabrica” il 15 maggio 1458. I lavori iniziarono lo stesso giorno, gli furono versati cento ducati all’anno per sovrintendere a tutti gli artigiani e gli fu data una casa per ospitare i lavoranti. Svolse la direzione dei lavori della Fabbrica fino alla sua morte (1481), dopodiché i lavori sarebbero  stati proseguiti dai suoi  collaboratori Venier e Lazzaro di Niccolò fino al giugno del 1483, con idee contrastanti, più avanzate nella zona inferiore, meno in quella superiore (4). In seguito fu nominato protomaistro Mauro Codussi. La data del termine della costruzione della chiesa non è definibile con precisione ma è comunque collocabile tra il 1491 e il 1543, anno in cui fu consacrata ufficialmente la chiesa.

3. I tagliapietre
A Venezia, dove l’arte dei tagliapietre era una  delle attività più diffuse, il cognome  Tagliapietra  è ancora oggi molto frequente.
I tagliapietre, come gli artigiani di altre arti erano raggruppati in confraternite o corporazioni, ed avevano come protettori i Quattro Santi Coronati; ancora oggi in un fabbricato attiguo alla chiesa di Sant’Apollinare  si può osservare un bassorilievo rappresentante i quattro patroni con, sotto, la scritta “MDCLII scola di tagiapiera”.
In quel periodo i tagliapietre erano particolarmente preoccupati dall’aumento di concorrenza straniera a Venezia. Il governo di Venezia prese provvedimenti protezionistici, ed è per questo che gli stranieri, per entrare in città, erano tenuti a pagare una tassa particolare. La sede della corporazione si chiamava “schola”, molte volte ubicata presso gli stabili della chiesa dove erano depositati anche  i documenti:  era il posto  ideale per  lo scambio  di opinioni, idee, consigli, lunghe e costruttive discussioni sui problemi concernenti il mestiere. Il lavoro dei tagliapietra era regolamentato da antichi statuti, chiamati Mariegole, con tutti i loro regolamenti, prescrizioni di carattere tecnico e di ordine etico.

I tagliapietre erano suddivisi in tre gradi principali:
– Gli apprendisti o garzoni, assunti a l’età di circa 12 anni; lavoravano ed imparavano per diversi anni ( dai 5  agli  8 ) nei cantieri o nelle botteghe.
– I lavoranti, divenuti tali dopo avere eseguito il loro tirocinio di apprendista, erano spesso dipendenti di bottega, prestatori d’ opera che venivano pagati periodicamente, e abitavano anche in affitto nelle cosiddette “case da serzenti”, affitto  pagato in denaro e a volte in cambio di qualche giorno di lavoro al mese per il proprietario o per il protomaistro. (5)
– I Maestri di bottega a Venezia, erano  quelli che avevano più esperienza degli altri. Esecutori di lavori  “sopra di sé”, sono anche quelli che investivano i loro capitali e rischiavano  nella loro impresa. Sono quelli che avevano la loro propria bottega o “statio”, deposito chiamato “teza over choverto”  e area di lavoro chiamata comunemente  “tera vacua”, “corte” o “squero”. Molto spesso istituivano delle organizzazioni familiari; intorno al capofamiglia, maestro, si organizzano i fratelli, i figli, i nipoti, come per la famiglia dei Bon, dei Lombardo, dei Taiamonti…
I maestri di bottega veneziani erano nello stesso tempo costruttori, lapicidi, scultori, importatori e commercianti. A volte erano proprietari di un proprio “maran” (barcone) per il trasporto delle pietre in mare, ordinavano ai cavatori Istriani pietre grezze o rifinite da trasportare a Venezia. Questi materiali potevano servire in cantiere o in deposito nella loro bottega. La mancanza di segni sulle pietre degli edifici a Venezia potrebbe dipendere anche da quest’ ultima  condizione. In primo luogo, il maestro di bottega, importatore e anche commerciante, non aveva interesse a lasciare eventuali segni delle cave fornitrici sulla materia prima, poi rifinita da egli stesso. In secondo luogo, essendo lui l’appaltatore del lavoro e anche l’esecutore materiale, era costantemente presente nel cantiere con la sua squadra e non necessitava di avere un controllo a  posteriori  sulla qualità dei lavori eseguiti.

4. San Zaccaria ( L’architettura )
Il monumento si presenta con una facciata di tradizione gotico-rinascimentale; l’interno è a tre navate ed il soffitto è a volta a crociera, la maggiore conclusa con un’abside poligonale circondata da un ambulacro; da un lato si aprono a raggiera quattro cappelle radiali semicircolari, terminanti nel muro perimetrale, ancora senza coperture alla morte del Gambello.
Sul lato sinistro del campo, a destra e a sinistra di un antico oratorio (ora bottega di antiquariato), si riconoscono le arcate di un chiostro cinquecentesco, un tempo cimitero del Convento. A destra dell’attuale Chiesa troviamo la facciata antica, costruita in cotto e ancora più a destra la ”Scoletta di San Zaccaria”, un tempo solenne ingresso al famoso Monastero (soppresso nel 1810) con due ariosi chiostri cinquecenteschi, attualmente Caserma dei Carabinieri (6).
All’interno della chiesa sono conservate opere di Giovanni Bellini, Jacopo Palma il Giovane, Jacopo Tintoretto, Antonio Balestra di G. Fiumani, Giovanni Antonio Pellegrini, Antonio Zanchi, Nicolò Bambini, Antonio Vassillacchi, Gianbattista Bissone, Alessandro Vittoria.
Domina il complesso uno dei più vecchi campanili della città, costruito in cotto nel XIIIo secolo.
Da una scaletta laterale si scende nella cripta della primitiva chiesa a tre navate, del  Xo  secolo , di tipo simile a quella di San Marco, ambiente quanto mai suggestivo e originale anche per la perenne, ma quasi sempre discreta, invasione  dell’acqua del mare per effetto dell’abbassamento del suolo in questi dieci secoli. Nella cripta sono sepolti otto dei più antichi Dogi (7). In merito all’alto zoccolo gotico della facciata (quella parte sembra essere l’opera del Gambello) scopo del nostro studio, possiamo leggere l’esposizione del Paoletti nella sua ricerca storica del 1893; che segnala inoltre la presenza di un segno “A”. “Ben si comprende di quanta importanza artistica sarebbero oggi i contratti e i disegni concernenti le forme prestabilite per  la facciata del nuovo tempio. Ma di ciò purtroppo nulla ci  resta e forse  del progetto  della facciata fatta  da Antonio  Gambello non ebbe esecuzione che il suo stereobate. Il rilievo architettonico di questa parte e dato da quattro forti lesene o contrafforti in giusta corrispondenza alle interne divisioni longitudinali. Lo zoccolo (vedi fig. 83, profilo) è formato da robuste membrature abbastanza bene sagomate e ripetute con dimensioni decrescenti verso l’alto. Lungo questo zoccolo si vede in parecchi punti la lettera A, forse la marca dell’officina dove fu lavorato”.  Esiste una certa armonia di concetto tra lo zoccolo e la sovrapposta parete, nonostante la differenza di stile tra le due parti dovuto al distacco corrispondente all’intervallo di tempo, durante il quale rimasero interrotti i lavori architettonici-decorativi della facciata, cioè dall’anno 1460 circa fino all’anno 1485, in cui i maestri lombardi eseguirono la facciata superiore (8). Nello zoccolo, inoltre, troviamo delle pietre datate “1915”,che fanno intendere un’ intervento mirato proprio su quella parte.
Sulla costruzione  del convento di San Zaccaria esiste, nell’Archivio di Stato di Venezia, un libro mastro a partita doppia chiamato “Libro de la fabbrica de la chiexa di S. Zacharia propheta ecc.” (9), il quale era compilato con gran rigore dal Gastaldo generale, Giovanni Benedetto, che aveva il compito di amministrare tutti i lavori della fabbrica; in questo libro sono state annotate tutte le spese per la costruzione della chiesa. Troviamo i pagamenti relativi all’acquisto di pali di legno (tolpi), travi di larice, sabbia del fiume Brenta, terra da savon (cioè proveniente dalle fabbriche di sapone e da allora molto usata nelle fondazioni), calce, tavole di legno, battipali e migliaia di paletti; pagamenti effettuati ai lavoranti.
Tra i molti tagliapietre che lavoravano con paga giornaliera prestabilita, si ritrova assai frequentemente ricordato Giovanni Bello tagliapietra con i figli Giacomo, Matteo, Alvise e Pietro. Quest’ultimo vi lavorò solo nel 1459 retribuito con piccola paga.
Contemporaneamente figurano i maestri Martino, Luca ed un Marino di Giovanni mandato spesso alle cave d’Istria. Dal 1459 per molto tempo lavorò maestro Lazzaro di Nicolò compensato con una delle più  forti paghe. Da quell’anno si ritrova spesso scritto nei registri maestro Giorgio da Carona detto pure da Chiona, da Carnadi ed una volta altresì da Ancona (10), Nel 1459 vi operò anche un Giovanni da Verona, questi due ultimi erano pagati rispettivamente assai bene con soldi 31 e 32 al giorno, si vede pure spesso citato certo maestro Michele da Zara. Troviamo Giovanni Cavoso o Cavosso da Venezia, Maestro Manfredo; viene spesso citato certo maestro Michele da Zara, nel 1462 si trovano inoltre ricordati Niccolò di Martino, Leonardo di Leonardo, Paolo di Vittore, Michele di Vittore, poi  Michele Belegno, vi operava nel 1469, da un estratto del “Libro de la Fabrica” maestro Zorzi pagati soldi 26 al giorno, maestro Giacomo pagato soldi 26 al giorno; Il manoal veniva pagato circa 12 soldi al giorno, Il porta pietra veniva pagato 12 soldi al giorno, un’apprendista a circa 6 soldi al giorno, un fregador a circa 15  soldi al  giorno, il maestro  tagliapietra  per le  opere  a  corpo  che  corrispondeva  a  circa  46  soldi  al  giorno.

5. Le cave di estrazione in Istria
Le isole lagunari sono prive di pietre da costruzione; a Venezia arrivavano pietre dall’Istria, marmi da Verona, Carrara, Grecia, ecc. La fama delle cave di pietra in Istria esisteva già dal tempo dei romani: la presenza di queste terre, territorio della Serenissima, e la relativa facilita di trasporto via mare, condizionarono le scelte dei veneziani. La solidità di questa pietra di colore bianco, molto densa e molto resistente al sale, al sole e al gelo, si faceva preferire ad altre. Le pietre d’ Istria erano classificate in varie specie per solidità e aspetto. Scamozzi che la usò per i suoi lavori a Venezia, le lodava per queste qualità: ”le pietre biance e fine dell’Histria sono tutte una pasta soda, e nervosa, ne si logorano ne gli orli” (11).
Il commercio delle pietre estratte dalle cave istriane era regolato negli statuti Veneziani ed era, per esempio, perseguibile e punito il commercio delle “pietre d’aspetto simile e di ben diverso pregio” (12). Le zone di estrazione erano localizzate sulla costa istriana, ad esempio Rovigno, Parenzo, Pola, isole di Brioni, Monteauro, e altre. Elenchiamo alcuni tra i fornitori di pietre da taglio istriane: Maestro Rigo ed il figlio Domenico, Maestro Lorenzo e Michielino suo figlio, tutti della famiglia denominata Dal Vescovo di Rovigno, Maestro Filippo di Marco Bena da Orsera, Maestro Giovanni di Martino da Rovigno, Maestro Antonio da Brioni, Maestro Cristoforo di Berto da Parenzo, maestro Rado da Spalato ecc…

Il commercio di pietre da l’Istria avveniva in due modi diversi:
– Nel primo, il maestro di bottega ordinava le pietre lavorate o grezze, mandava a proprie spese i suoi “maran” in Istria per prelevare il materiale e portarlo a Venezia nel cantiere, oppure in bottega o in un’ altra città.
– Nel secondo, in taluni occasioni, come nel caso della costruzione della nuova chiesa di san Zaccaria, edificio di grande importanza, il direttore dei lavori si recava in Istria, per ordinare direttamente il materiale: spesso era accompagnato dai suoi collaboratori per curare sul posto il controllo dell’estrazione, lavorazione, rifinitura e carico della barca; dal 1459 i vari tagliapietre stipendiati dal convento, il protomaistro Gambello poi successivamente il protomaistro Coducci, si recarono più volte in Istria per ordinare, sovrintendere e rifinire le pietre. Nel libro della fabbrica di San Zaccaria notiamo i nomi di Zuane (Giovanni) Venier, Zuane Bello, Giacomo Bello, Marino di Giovanni …(13)

6. Metodo di rilievo
Lo studio inizia con il rilievo dei marchi. Le rappresentazioni grafiche (Fig. 1 a 16) non vogliono essere un rilievo perfettamente esatto, ma un esposizione d’ insieme.
Si è iniziato ad eseguire dei rilievi preliminari con l’aiuto di una attrezzatura fotografica digitale ad alta risoluzione, poi un’analisi su computer delle fotografie al massimo ingrandimento e, con programmi di analisi grafiche, ci è stato permesso di evidenziare tutti segni rivelanti una certa identità logica ed intelligente. In seguito sono stati eseguiti ripetutamente controlli di tutti i marchi intercettati e presenti sullo zoccolo, partendo da un lato estremo fino all’altro, con rilievo del posizionamento e trascrizione su carta. Il lavoro da un lato è stato facilitato dall’altezza limitata dello zoccolo, dall’altro invece, abbiamo incontrato una certa difficoltà nell’ interpretazione di alcuni segni, a causa dell’usura del materiale e dell’esposizione della facciata ai raggi solari. Sono stati rilevati 58 segni classificati in 17 tipi diversi (Tab. 1), localizzati in tutta la lunghezza dello zoccolo a vari livelli (dal 1° al 13°), concentrati sopratutto tra il 1° e il 9°. Al 13° livello ne troviamo solo 2, il n° 2 ed il n° 4. Molti di questi segni sono posizionati al centro della larghezza della pietra. Ben  16 blocchi  di pietra  sono marchiati con la data  “1915”,  anno della loro collocazione  a seguito di un intuibile restauro della facciata  e sono stati evidenziati nelle rappresentazioni grafiche ( Fig, 1 a 16). I segni più frequenti sono rispettivamente il n°1 ed il n° 4, quest’ultimo rilevato anche dal Paoletti, posizionati quasi  sempre tra l’ 8° e il 9° livello.

Segno Quant. Segno Quant. Segno Quant.
1
Z1
12
7
Z23
1
13
Z24
4
2
Z26
1
8
Z27
1
14
Z25
4
3
Z29
7
9
Z30
1
15
Z28
1
4 Z32
12
10
Z33
4
16
Z31
1
5
Z35
4
11
Z36
1
17
Z34
2
6
Z37
1
12
Z38
1

7. Conclusioni
Come già evidenziato precedentemente, tutti i segni identificati sono collocati sulla parte medio inferiore del basamento della facciata della chiesa di San Zaccaria e appartengono ad un periodo che potrebbe collocarsi tra il 1458 e il 1460, prima edificazione della facciata della nuova chiesa, sotto la direzione del protomaistro Gambello. Nulla abbiamo trovato altrove, ne all’interno, ne all’esterno della chiesa. Tutto ciò trova riscontro inoltre con l’ esposizione del Paoletti, già precedentemente citata nel paragrafo 4.
Non siamo ancora stati attualmente in grado di individuare quali pietre siano state rifinite in cava e quali pietre siano arrivate grezze e in seguito rifinite nel cantiere; in futuro si dovranno eseguire delle ricerche nel “Libro de la Fabrica” (14), operaeseguita con una esemplare scrupolosità e con una immensa ricchezza di informazioni, e in ulteriori documenti chiarificatori (15), se vi è la presenza di spese relative alle rifiniture. questo ci potrà essere di aiuto per capire l’origine dei segni apposti.
Il caso della costruzione della chiesa di san Zaccaria può considerarsi abbastanza singolare a Venezia: tutte le maestranze erano state assunte ed erano pagate direttamente dal convento, tutti materiali di costruzione sono stati acquistati senza intermediari e ogni intervento economico era trascritto in questo libro dei conti.
In conseguenza dei grandi lavori necessari per questa fabbrica e ai quali non potevano bastare i maestri veneziani disponibili per le tante costruzioni che allora venivano eseguite, si dovette ricorrere all’opera di molti altri e specialmente a quelli delle terre lombarde. Il controllo sulla qualità dei lavori era stato demandato ai protomaistri che si sono susseguiti, anch’essi assunti dalle suore del convento di San Zaccaria.
E da considerare che la maggior parte dei segni hanno subito l’usura del tempo.
L’intento ultimo è quello di aprire un capitolo di ricerca affrontando il problema da un lato non convenzionale e creare  una base di ricerca ulteriore, estendendola particolarmente ad altre opere edificate a Venezia.

 7. BIBLIOGRAFIA
(1) Pietro Paoletti di Osvaldo; L’Architettura e la Scultura del Rinascimento in           Venezia, Parte Ia e IIa ,Venezia, 1893, Ia, pp. 64
(2)  Op.cit., Ia, pp. 64
(3)  FRANZOI-DI STEFANO; 1976, p. 397
(4)  MC ANDREW JOHN;  Architettura  veneziana nel primo rinascimento, pp. 39-50
(5)  CONNELL SUSAN MARY; Dal medioevo al tardo Rinascimento,1993, Venezia,pp. 34
(6)  PARROCCHIA DI S. ZACCARIA; Chiesa San Zaccaria Venezia, pp. 10
(7)  Op.cit., pp. 50.
(8) Pietro Paoletti di Osvaldo; L’Architettura e la Scultura del Rinascimento in Venezia,       Parte Ia e IIa, Venezia, 1893,  pp.61-74
(9)   Op.cit., Ia, pp. 64
(10) Op.cit., Ia, pp. 70
(11) CONNELL SUSAN MARY; Dal medioevo al tardo Rinascimento,Venezia,1993,pp. 40
(12) ILEANA MARIA ZBIRNEA; I tagliapietre e la loro arte, Istituto Romeno di Cultura e        Ricerca Umanistica, Venezia 2000
(13) CONNELL SUSAN MARY;Dal medioevo al tardo Rinascimento,Venezia,1993, pp. 50
(14) CONVENTO DI S. ZACCARIA;“Libro de la Fabrica”, Archivio di Stato ,Venezia, B.31
(15) Op.cit., Busta 1-4
(*)   GIULIO LORENZETTI; Venezia e il suo estuario, Padova, 2002
(*)   A. CAPELLI; Dizionario abbreviature latine ed italiane, Milano, 1995
(*)   GIUSEPPE BOERIO; Dizionario del dialetto veneziano, Venezia, 1856
(*)   DARIO ALBERTI; Istria storia, arte, cultura, Trieste, 2001
(*)   B. BERTOLI & A. PERISSA; Chiesa di San Zaccaria arte e devozione, Venezia, 1994

Collocazioni
Z2
Z3
Z4 Z5
Prima lesena – lato frontale
Prima lesena – lato Sud
Primo frontone
Seconda lesena – lato Nord
Z6 Z7 Z8 Z9
Seconda lesena – lato frontale
Seconda lesena – lato Sud
Frontale a sinistra del portale
Frontale a destra del portale
Z10 Z11 Z12 Z13
Terza lesena – lato Nord
Terza lesena – lato frontale
Terza lesena – lato Sud
Secondo frontone
Z14 Z15 Z16 Z17
Quarta lesena – lato Nord
Quarta lesena – lato frontale
Quarta lesena – lato Sud
Quarta lesena – lato Est

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